NO TIME NO SPACE – IL VIAGGIO DI FRANCO BATTIATO TRA ELETTRONICA, AVANGUARDIA E SPIRITUALITÁ

A me piacerebbe non essere in nessun tempo, l’ideale sarebbe appartenere a tutte le epoche.

È questa la frase che meglio descrive l’opera di un grande narratore e poeta, un artista enigmatico, tanto popolare quanto misterioso, come Franco Battiato.
Ed è proprio così che lui stesso rispondeva a quella critica italiana che puntualmente cercava di etichettare gli esperimenti musicali che da sempre hanno caratterizzato il suo lungo percorso artistico.
Da quasi mezzo secolo, infatti, la carriera di Franco Battiato è palesemente all’insegna della ricerca, dell’innovazione e della fusione più sfrenata. Tanto vivo da non smettere mai di essere proiettato nel futuro, al punto che ancora oggi, dopo aver sperimentato quasi ogni tipo di musica, non sai mai cosa aspettarti da lui.
Attivo dalla seconda metà degli anni ’60 come autore di canzoni melodiche, abbandona presto questa strada partecipando in prima linea, sin dai primi ’70, alle correnti di ricerca europee e imponendosi come  provocatorio compositore di musica elettronica. Ancora oggi i suoi primi quattro album, sconosciuti alla stragrande maggioranza, rappresentano degli esemplari unici nella storia della musica italiana e sicuramente una scoperta inaspettata, per non dire sconvolgente, per chi lo conosce solo come il Battiato de “La Cura”, per intenderci.

Un patrimonio innovativo che in quegli anni, ha diviso il pubblico, tra fischi e applausi, e che lo ha consacrato come unico vero avanguardista della musica Made in Italy ed artista eclettico dai mille volti, un Aphex Twin ante litteram inafferrabile e lontano da ogni tipo di inquadramento.
All’epoca nessuno avrebbe mai immaginato che quel ragazzo sarebbe stato capace di passare dalla sperimentazione hardcore per poi cambiare direzione ed arrivare a conquistare il grande successo e reinventarsi nuovamente durante tutta la sua carriera, esplorando diversi aspetti dell’arte e della spiritualità, traducendoli nel suo lavoro. Raffinate produzioni pop e opere “colte”, colonne sonore con incursioni anche nel cinema e nel teatro, come regista, e nella pittura. Battiato è questo e molto altro ancora.
La sua arte è caratterizzata da contenuti altissimi, risultato di un profondo percorso interiore coltivato per anni, che si riflettono anche nei testi: esoterismo, filosofia, spiritualità orientale e meditazione buddhista.

Tutto ha inizio quando il giovane visionario, alla perenne ricerca di una propria identità musicale, si dedica completamente ad un nuovo modo di fare musica, utilizzando strumenti allora assolutamente atipici, come il sintetizzatore VCS3 (un nuovissimo sintetizzatore arrivato dall’Inghilterra mai usato prima), e sonorità progressiste, stupendo il mercato discografico con “Fetus” e “Pollution”, due album ancora oggi considerati di assoluta avanguardia, precursori di tanta musica elettronica e unico fronte in cui si parla di innovazione vera e propria, vista la ripetitività del rock e del pop nell’Italia degli anni ’70. Il musicista siciliano era rimasto affascinato dalla musica di Brian Eno, dei gruppi post – rock psichedelico e i suoi primi dischi non sono altro che la risposta nostrana a quella cultura europea che aveva rivoluzionato il linguaggio musicale attraverso la tecnologia del synth. “Fetus”, in particolare, è l’album in cui, per la prima volta nel nostro Paese, la musica elettronica viene contaminata col Pop. Battiato ha fuso la musica popolare con quella d’avanguardia in una maniera che pochi musicisti hanno provato a fare, creando un ponte tra la tradizione melodica italiana e l’espressionismo tedesco alla Kraftwerk. Un viaggio tra suoni dello spazio e delle cellule del corpo umano, dedicato a “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley, leader del pensiero moderno che, come la musica pionieristica di Battiato, era stato in grado di anticipare gli sviluppi della tecnologia. Con questo album Franco ottiene perfino il consenso da parte del criticissimo Frank Zappa, direttamente dagli States, che lo proclama come un genio.

           

Arriva poi “Sulle Corde di Aries”, con il quale l’evoluzione musicale di Battiato si avvicina a un processo di fusione tra elettronica e rock che si rifà alla tradizione araba e alla musica etnica, amatissime dall’artista, attraverso l’utilizzo di strumenti e percussioni esotiche sapientemente miscelate ai suoni dei sintetizzatori analogici che insieme danno vita ad un ipnotico melting pot musicale. Un percorso di pura Psichedelia nostrana che è la premessa dell’altra opera imprescindibile di Battiato, “Clic”, con la quale il Maestro si converte a una forma d’avanguardia più morbida e colta. Questo disco è un tributo in chiave naif a Stockhausen, uno dei più importanti compositori del XX secolo. Un ponte, quindi, tra ciò che è stato e ciò che sarà. Anche i concerti, più che esibizioni live, si trasformano in veri e propri esperimenti d’attacco.I manifesti del suo tour anziché annunciare gli eventi dicevano: ‘Questo è Franco Battiato: un anticristo, indecente e volgare. Uccidiamolo!’.

Sul palco la tensione è tale da sfociare nel delirio. Come strumenti c’erano giradischi, usati in maniera “distruttiva” molto tempo prima dei dj hip hop con lo scratch, c’erano le radio sulle onde corte e televisioni come noise. Una musica violentissima suonava a tutto volume in un inferno di luci stroboscopiche, e il pubblico andava in visibilio: c’erano scene di isteria collettiva, risse, con la gente che devastava i teatri. Follia, follia pura. Ma Battiato, travolto da una profonda crisi esistenziale, nonostante il grandissimo seguito, sorprende tutti e decide di cambiare completamente rotta tramutandosi in cantautore raffinatissimo che avrebbe scelto la via mistica del Pop. È così che ben presto fa il suo exploit ai piani alti delle classifiche italiane con “L’Era Del Cinghiale Bianco”, prima, e con “La Voce del padrone” poi, grazie al quale diventa il primo artista italiano a superare il milione di copie vendute per un proprio album. Un vero “miracolo commerciale”, uno di quei dischi di cui sai tutte (o quasi) le canzoni a memoria, anche se in realtà non lo hai mai fisicamente posseduto, ma è come se tu ne abbia assorbito i contenuti per qualche strano fenomeno di osmosi. Canzoni come “Cuccurucucù” e “Centro di Gravità Permanente” diventano un caso nazionale, quasi degli slogan. Il resto è storia.

Il successo di Battiato è proseguito nel corso degli anni: tour, opere di teatro, film, mostre personali di pittura, progetti e collaborazioni a livello nazionale ed internazionale e il continuo studio delle dottrine antiche. Fino al colpo di scena.
Nel 2014, alla soglia dei 70 anni, il Maestro annuncia il suo ritorno all’elettronica con il progetto di musica sperimentale “Joe Patti’s Experimental Group”, portato in tour di fronte a un pubblico (teoricamente) molto più preparato di quello di 40 anni prima. L’album, che prende ovviamente spunto dal lungo percorso avanguardista dell’artista, è ricco di rivisitazioni, nuove composizioni, rielaborazioni di suoi vecchi brani ed improvvisazioni frutto della sua continua ricerca sonora. Un disco spiazzante e allo stesso tempo futuristico che apre, forse, a nuovi orizzonti compositivi, perché, come dice il Maestro “L’elettronica non invecchia”.

Franco Battiato, così vario e singolare, è riuscito a contraddistinguersi come l’artista più affascinante ad aver prestato la propria musica e le proprie parole alla scena italiana, regalando capolavori indelebili a un pubblico che non ha mai smesso di amarlo e ha fatto della diversità la parola d’ordine di una carriera che è piuttosto la storia di una spontanea evoluzione artistica ed umana. Ed è proprio il concetto di crescita e cambiamento interiore il messaggio principale della sua opera, un’opera che penetra a fondo e cambia (in meglio) le persone.

 

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